Può capitare di controllare l’estratto conto contributivo e scoprire che mancano dei periodi di lavoro.
Magari si tratta di anni lontani.
Il rapporto di lavoro c’è stato.
La retribuzione è stata pagata.
Ma i contributi non risultano versati.
Il problema diventa ancora più delicato quando quei contributi non possono più essere recuperati dall’INPS perché ormai prescritti.
In questi casi il lavoratore rischia di subire un danno concreto: meno contributi accreditati, una pensione più bassa o, nei casi peggiori, il mancato raggiungimento dei requisiti per andare in pensione.
Per evitare che l’omissione contributiva del datore di lavoro ricada interamente sul lavoratore, l’ordinamento prevede uno strumento specifico: la costituzione di rendita vitalizia.
Si tratta, in sostanza, di un meccanismo che consente di coprire ai fini pensionistici periodi di lavoro per i quali i contributi erano dovuti, ma non sono stati versati e non sono più recuperabili per prescrizione.
Quando serve la rendita vitalizia
La rendita vitalizia entra in gioco quando ci sono tre elementi.
Il primo: c’è stato un rapporto di lavoro o un’attività per cui era previsto l’obbligo contributivo.
Il secondo: i contributi dovuti non sono stati versati, oppure sono stati versati in misura inferiore rispetto al dovuto.
Il terzo: l’INPS non può più recuperarli perché è decorso il termine di prescrizione.
In pratica, non siamo davanti a un normale riscatto, come può essere il riscatto della laurea. Qui il punto di partenza è diverso: c’è un’omissione contributiva riferita a un periodo di lavoro effettivamente svolto.
L’INPS chiarisce che la rendita vitalizia serve proprio a sanare omissioni contributive ormai prescritte e presuppone un mancato adempimento da parte del soggetto obbligato al versamento.
Chi può chiedere la costituzione della rendita
La richiesta può essere presentata, a seconda dei casi, dal datore di lavoro, dal lavoratore o dai superstiti.
In origine, il meccanismo ruotava soprattutto intorno al datore di lavoro. Era lui, infatti, il soggetto che aveva omesso il versamento e che poteva chiedere all’INPS la costituzione della rendita per rimediare al danno causato al dipendente.
Se però il lavoratore non riusciva a ottenere dal datore di lavoro la costituzione della rendita, poteva sostituirsi a lui, pagando l’onere richiesto e conservando il diritto a chiedere il risarcimento del danno.
Oggi il quadro è più articolato.
L’INPS distingue tre ipotesi principali:
- richiesta del datore di lavoro;
- richiesta del lavoratore in sostituzione del datore;
- richiesta del lavoratore in proprio, con onere interamente a suo carico, quando sono ormai prescritti anche i termini delle prime due possibilità.
Ed è proprio su questo terzo punto che sono arrivate le novità più importanti.
Il vero nodo: anche il diritto di chiedere la rendita si prescrive?
Per anni la questione è stata questa: se i contributi si prescrivono, può prescriversi anche il diritto di chiedere la rendita vitalizia?
La domanda sembra tecnica, ma le conseguenze sono molto pratiche.
Perché un lavoratore può accorgersi dell’omissione contributiva anche dopo molto tempo. A volte il problema emerge solo quando si avvicina alla pensione e chiede una verifica della posizione assicurativa.
In passato, l’orientamento prevalente riteneva che anche la possibilità di chiedere la rendita vitalizia fosse soggetta a prescrizione. Le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 21302/2017, avevano affermato il principio della prescrizione decennale del diritto alla costituzione della rendita, con decorrenza dalla prescrizione dei contributi.
Questo significava, in termini molto semplici, che una volta prescritti i contributi, si apriva un ulteriore periodo di dieci anni per attivarsi.
Scaduto anche quel termine, il rischio era di non poter più utilizzare lo strumento della rendita vitalizia.
La novità del Collegato Lavoro
La legge n. 203/2024 ha cambiato il quadro.
L’art. 30 ha aggiunto un nuovo comma all’art. 13 della L. 1338/1962. La nuova disposizione prevede che, una volta decorso il termine di prescrizione per l’esercizio delle facoltà ordinarie, il lavoratore possa comunque chiedere all’INPS la costituzione della rendita vitalizia, con onere interamente a proprio carico.
Tradotto: anche quando non è più possibile attivare la procedura ordinaria nei confronti del datore di lavoro, il lavoratore non resta necessariamente senza strumenti.
Può chiedere lui stesso la rendita vitalizia, pagando l’importo richiesto dall’INPS.
Questa possibilità non cancella il problema economico, perché il costo può essere anche significativo. Però evita che il lavoratore perda definitivamente la possibilità di valorizzare quei periodi ai fini della pensione.
Le nuove regole dopo Cassazione e INPS
Nel 2025 sono arrivati altri chiarimenti importanti.
Le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 22802/2025, hanno confermato che il diritto alla costituzione della rendita vitalizia previsto dai primi commi dell’art. 13 è soggetto a prescrizione, ma hanno ridefinito il modo in cui decorrono i termini. La Corte ha stabilito che il termine per il datore di lavoro decorre dalla prescrizione dei contributi, mentre quello del lavoratore, quando agisce in sostituzione del datore, decorre dalla prescrizione del diritto del datore di lavoro.
L’INPS ha poi recepito questo orientamento con la circolare n. 141 del 12 novembre 2025, parlando di un sistema di decorrenza “in sequenza” dei termini di prescrizione. La stessa circolare ha sostituito integralmente le precedenti indicazioni della circolare n. 48/2025.
Il meccanismo, oggi, può essere letto così:
prima fase: una volta prescritti i contributi omessi, il datore di lavoro ha dieci anni per chiedere la costituzione della rendita vitalizia;
seconda fase: decorso quel termine, il lavoratore può chiedere la rendita in sostituzione del datore entro un ulteriore termine decennale;
terza fase: trascorso anche questo periodo, resta la possibilità per il lavoratore di chiedere la rendita vitalizia in proprio, con onere interamente a suo carico.
Questa terza possibilità è quella introdotta dal nuovo settimo comma dell’art. 13.
Cosa cambia per il lavoratore
La novità è rilevante perché evita una conseguenza molto pesante: perdere per sempre la possibilità di recuperare periodi contributivi solo perché l’omissione è emersa troppo tardi.
È vero che, nella terza fase, il costo resta a carico del lavoratore. Ma il periodo può comunque essere valorizzato ai fini pensionistici.
Questo può incidere su due aspetti:
- il diritto alla pensione, cioè il raggiungimento dei requisiti contributivi;
- la misura della pensione, cioè l’importo finale dell’assegno.
L’INPS precisa infatti che i contributi accreditati a seguito del pagamento dell’onere sono utili sia per il diritto sia per la misura delle pensioni.
In concreto, quindi, la rendita vitalizia può servire sia a raggiungere prima un requisito contributivo, sia ad aumentare l’importo della pensione.
Non basta dire “ho lavorato”: servono le prove
Questo è il punto su cui bisogna essere molto chiari.
La rendita vitalizia non si ottiene con una semplice dichiarazione del lavoratore.
Occorre dimostrare l’esistenza del rapporto di lavoro, la sua durata, la qualifica rivestita e le retribuzioni percepite. L’INPS richiede documenti di data certa, redatti all’epoca del rapporto, come buste paga, lettere di assunzione o licenziamento, libretti di lavoro, libri paga e matricola o altra documentazione riferita al rapporto.
La prova documentale è quindi decisiva.
Le dichiarazioni testimoniali possono essere utili per alcuni aspetti, come la durata o la continuità della prestazione, ma non sostituiscono la necessità di documenti idonei a dimostrare l’esistenza del rapporto.
Per questo, quando emergono buchi contributivi, è importante muoversi subito e recuperare tutta la documentazione disponibile.
Quali periodi si possono riscattare
Sono riscattabili i periodi di lavoro per i quali la contribuzione non è stata versata e non può più essere versata a causa della prescrizione.
L’omissione può essere totale o parziale.
C’è omissione totale quando per quel periodo non risultano contributi.
C’è omissione parziale quando sono stati versati contributi inferiori rispetto al dovuto, ad esempio perché la retribuzione dichiarata era più bassa di quella effettivamente percepita.
Non si può invece chiedere la rendita vitalizia per periodi in cui, secondo la normativa dell’epoca, non esisteva alcun obbligo assicurativo.
Attenzione al costo
La costituzione della rendita vitalizia non è gratuita.
L’INPS calcola un onere di riscatto secondo le regole previste per la liquidazione della pensione, tenendo conto anche della collocazione temporale del periodo da recuperare e del sistema di calcolo applicabile.
Prima di procedere, quindi, è necessario valutare la convenienza dell’operazione.
Il punto non è solo chiedersi: “posso recuperare quei contributi?”
Bisogna chiedersi anche:
quanto costa recuperarli?
quanto aumentano la pensione?
servono per maturare prima il diritto?
conviene pagarli oppure no?
In alcuni casi il riscatto può essere molto utile. In altri, invece, il costo può risultare elevato rispetto al beneficio atteso.
Perché controllare l’estratto conto contributivo
La lezione pratica è semplice: l’estratto conto contributivo va controllato prima, non quando manca poco alla pensione.
Molti lavoratori si accorgono dei buchi contributivi solo in prossimità della domanda di pensione. A quel punto, recuperare documenti, ricostruire rapporti di lavoro molto vecchi o dimostrare retribuzioni percepite può diventare più difficile.
Un controllo periodico consente invece di individuare per tempo eventuali anomalie e capire quale strada seguire.
In presenza di contributi mancanti, bisogna verificare:
- se l’omissione riguarda un rapporto effettivamente soggetto a obbligo contributivo;
- se i contributi sono ancora recuperabili dall’INPS;
- se sono già prescritti;
- se è possibile attivare il datore di lavoro;
- se può intervenire direttamente il lavoratore;
- quale documentazione è disponibile;
- quale sarebbe il costo della rendita;
- quale beneficio pensionistico produrrebbe.
I contributi non versati e ormai prescritti non sono sempre persi
La costituzione di rendita vitalizia consente di recuperare, ai fini pensionistici, periodi di lavoro per i quali i contributi erano dovuti ma non sono stati versati.
Oggi il quadro è più favorevole rispetto al passato, perché dopo la legge n. 203/2024 il lavoratore può chiedere la costituzione della rendita anche quando sono scaduti i termini delle procedure ordinarie, assumendo però interamente a proprio carico il relativo onere.
Resta fondamentale un aspetto: bisogna provare il rapporto di lavoro e le retribuzioni con documentazione adeguata.
La rendita vitalizia può essere uno strumento molto importante, ma va valutata caso per caso. Serve capire se il periodo è riscattabile, se la prova è sufficiente, quanto costa l’operazione e quale effetto produce sulla pensione.