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Demografia: la situazione italiana

Nel nostro Paese, la situazione assume carattere di eccezionalità, risultando tra i paesi più vecchi al mondo:

aumento dell’età media della popolazione: oggi a 45,3 anni, era 40 solo nel 1991 ed è prevista toccare i 50 nel 2065;

aumento continuo del numero di anziani: attualmente rappresentano il 34% del totale, con 170 anziani ogni 100 giovani 0-14 anni (dati Istat 2018);

aumento dell’aspettativa di vita: all’inizio del secolo scorso la speranza di vita alla nascita era inferiore a 43 anni, poco più di un secolo dopo parliamo di 83 anni (media tra 80 per gli uomini e 85 circa per le donne): 40 anni di differenza. In 120 anni l’aspettativa di vita è cresciuta mediamente di 4 mesi ogni anno. Oggi ci sono 15.500 ultracentenari, nel 2050 se ne stimano oltre 60.000;

aumento dell’aspettativa di vita in pensione: in virtù dei continui progressi medico-scientifici, l’aspettativa di vita in pensione è aumentata mediamente di circa 2-3 mesi all’anno negli ultimi decenni. Se nel 2017 la durata media del pensionamento era di 16 anni per gli uomini, 21 per le donne, si stima che per metà secolo si arriverà rispettivamente a 26 e 31. Un terzo della vita;

crollo delle nascite sotto l’indice di sostituzione: 2,1 è il numero di figli per donna che consentirebbe di mantenere in attivo la popolazione, sostituendo i genitori alla loro morte, ma il Italia il tasso di natalità è pari a 1,3 figli per donna, il che significa, in prospettiva, sempre meno forza lavoro in grado di versare contributi. Oggi la fascia 15-64 in età attiva equivale a 2/3 della popolazione, nel 2060 scenderà a poco più della metà, ma gli anziani continueranno ad aumentare;

aumento dell’indice di dipendenza degli anziani, ovvero il rapporto tra anziani (over 65) e popolazione in età lavorativa (15-64): a fronte di una popolazione di anziani in continua crescita e una popolazione di giovani in continua contrazione, l’indice di dipendenza degli anziani che è già oggi 35,6, arriverà nel 2065 a 59,7.

modificazioni del ciclo di vita dell’individuo; lo slittamento dell’età canonica per l’ingresso nel mondo del lavoro, per il matrimonio e la maternità, insieme con altri fenomeni, tra cui il lavoro precario o sommerso e la disoccupazione, ritarderanno ulteriormente l’inizio della contribuzione previdenziale e porteranno a un carattere discontinuo dei versamenti.

 La Ragioneria dello Stato, nel suo rapporto del 2018, fa riferimento ad alcuni “momenti cloux” nelle previsioni demografiche e nel rapporto tra queste e il sistema pensionistico:

2030-2040: picco massimo del numero di pensionati, anche detta gobba previdenziale, a causa dell’accesso alla classe anziana dei baby boomers. Inoltre, in questo periodo accederanno alla pensione le ultime generazioni il cui assegno pensionistico viene calcolato con regime misto e le prime con solo calcolo contributivo. E’ importante tenere presente che già oggi l’INPS sostiene con doppia o tripla pensione (anzianità + invalidità) il 28,2% dei pensionati. L’aumento della aspettativa di vita rischia di peggiorare ulteriormente il dato;

2045-2070: si riequilibra il rapporto pensionati/occupati grazie all’”esaurimento” della generazione dei baby boomers; Tra gli anni più significativi, le previsioni indicano:

2032 l’anno in cui andranno in pensione più di 1 milione di baby boomers, quelli nati nell’anno 1964 (stante l’attuale normativa);

2044, anno in cui le classi anziani e giovani si ribaltano a scapito di questi ultimi;

2065, anno in cui per la prima volta ci si aspetta il doppio di decessi rispetto alle nascite.

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